Liberalizzazioni, scatta il decreto: alle imprese pagamenti per 5,7 miliardi

ROMA – Scatta il decreto liberalizzazioni. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha firmato martedì il decreto e il testo è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale con qualche novità, tra cui lo stanziamento di 5,7 miliardi per il pagamento delle imprese fornitrici della Pubblica amministrazione.

Roba vera. Nel pacchetto di misure sulle liberalizzazioni varato dal governo «c’è roba vera», ha affermato martedì il premier Mario Monti al termine dell’Ecofin a Bruxelles. Per cambiare l’Italia si deve cambiare mentalità e abbandonare un principio che per decenni ha dominato la politica: e cioè che l’interesse di categoria prevalga su quello generale, ha detto Monti, che prende spunto dalla protesta degli autotrasportatori per rispondere a quanti, nei partiti e fra le forze sociali, si oppongono alle misure del governo, spiegando loro che i sacrifici saranno tanto minori quanto più coinvolgeranno tutti.

Buona notizia è per le imprese fornitrici della Pubblica amministrazione. Il decreto stanzia 5,7 miliardi per il pagamento di enti e ministeri. Le risorse vengono trovate in parte riallocando fondi, in parte consentendo l’emissione, fino a 2 miliardi, di titoli di Stato. È questa la principale novità nel testo finale del decreto per le liberalizzazioni, che contiene anche alcune nuove norme sulla filiera agroalimentare e (ma sono di dettaglio) sulle rendite finanziarie. L’iter del provvedimento partirà dal Senato e per questo il testo circola già tra alcuni senatori.

I 97 articoli confermano in gran parte le indiscrezioni circolate il giorno del varo da parte del Consiglio dei ministri, dalle norme sui taxi a quelle sulle farmacie (con mini ritocchi), da quelle sui notai alla possibilità di creare Srl da parte di giovani con un solo euro, dal gas alla Rc Auto. La vera novità è rappresentata dalle misure per accelerare il pagamento dei crediti commerciali vantati da parte delle imprese nei confronti della amministrazioni statali. L’articolo utilizza tre diverse forme di finanziamento per complessivi 5,7 miliardi. 2,7 miliardi saranno messi a disposizione riutilizzando i fondi speciali derivanti dai residui passivi; 1 miliardo, recuperato riallocando alcune poste contabili, servirà ad estinguere i crediti relativi ai consumi intermedi; 2 miliardi saranno pagati tramite titoli di Stato e l’assegnazione di tali obbligazioni statali non sarà computata nei limiti delle emissioni nette dei titoli di Stato indicata nella legge di bilancio.

Tra le novità introdotte ci sono due articoli relativi alla filiera agroalimentare, le norme consentono l’attivazione di un volume di investimenti nel settore Food e No-Food quantificabili – spiega la relazione tecnica – in 250-300 milioni di euro, l’intervento – viene spiegato – assume carattere di urgenza in considerazione della fase di crisi economica e dell’esigenza di rilancio degli investimenti che, in particolare, il comparto attende da oltre tre anni. Ma questa norma viene accompagnata anche da una disciplina sulle «relazioni commerciali in materia di cessioni di prodotti agricoli e agroalimentari» che servono a limitare pratiche commerciali sleali che, vista la crisi, rischierebbero di ampliarsi nei
prossimi mesi.

Tra le altre novità un articolo prevede l’applicazione della deducibilità degli interessi passivi per le società, a prevalente capitale pubblico, che forniscono acqua, energia, teleriscaldamento e servizi di smaltimento e depurazione. Alcune modifiche di dettaglio vengono introdotte anche per la tassazione delle rendite finanziarie con l’aliquota unica prevedendo la soppressione dell’esclusione della tassa del 20% sui redditi di capitale e sui redditi differenti di natura finanziaria (la norma ha valore interpretativo) ma anche l’applicazione dell’aliquota del 12,5% sui pronti contro termine su titoli pubblici emessi da Stati esteri e dell’11% sui fondi pensione Ue (per rispondere ad una procedura di infrazione comunitaria).

Nel testo vengono fissate con dettaglio anche le norme sull’autotrasporto e rispetto all’ultimo testo vengono introdotte alcune novità che sembrano confermare la volontà di sterilizzare l’effetto degli aumenti dei carburanti per il settore. La modifica – spiega la relazione tecnica – si è resa opportuna per equiparare la normativa italiana a quella degli altri Paesi europei ma anche per limitare l’esposizione finanziaria che gli aumenti delle accise comportano in attesa del rimborso, che è oggi annuale e diventerà trimestrale. Nella relazione tecnica infatti il governo riconosce che «i recenti aumenti delle accise sul gasolio per autotrazione stanno mettendo a dura prova la tenuta del comparto, che ha già dovuto sopportare ulteriori rincari di altre voci di spesa come assicurazioni e manutenzione dei veicoli, in un contesto economico che è tuttora al di sotto dei livelli antecedenti alla crisi».

No ai veti incrociati. Un messaggio teso a impedire che i provvedimenti varati e quelli in arrivo siano svuotati dai veti incrociati di partiti, sindacati, associazioni di categoria. Un avvertimento che il presidente del Consiglio lancia da Bruxelles dove è volato martedì in veste di ministro dell’Economia per ragguagliare i colleghi su quanto fatto in materia di consolidamento di bilancio, ma anche sul fronte della crescita e dell’occupazione. Per dire cioè che l’Italia «sta facendo la sua parte», coniugando rigore e sviluppo.

Gli ostacoli in Parlamento. Il Professore è ben consapevole degli ostacoli che rischia di trovare dentro e fuori il Parlamento. Anche oggi, da parte di partiti e sindacati, non sono mancati moniti e veti. Il Pdl, con Angelino Alfano, chiede la mano pesante contro lo sciopero dei tir; il Pd, con Pier Luigi Bersani, mette in guardia sulla cassa integrazione; l’Italia dei Valori, con Massimo Donati, reputa «timido» il lavoro del governo sulle liberalizzazioni.

«Disagi minori solo se sacrifici per tutti». Un clima che spinge il presidente del Consiglio ad ammonire e bacchettare a sua volta: «Siamo ben coscienti di chiedere un contributo importante da parte dei settori interessati, ma in questo momento tutti gli italiani stanno facendo degli sforzi e se ci mettiamo tutti insieme i sacrifici richiesti a ciascuno saranno minori e più equamente distribuiti». Solo così, tra l’altro, si avranno risultati maggiori e più rapidi per «crescita e occupazione». E non sono vantaggi da poco, soprattutto davanti alle fosche previsioni sul pil che (come stima il Fmi) rischia di sprofondare a -2,2% nel 2012. A tal proposito Monti ricorda lo studio di Bankitalia secondo il quale, soltanto dalla liberalizzazione, potrebbe arrivare una maggior crescita dell’11%. Certo, riconosce, è «complicatissimo» fare calcoli precisi, ma il senso è che nel decreto «c’è roba vera».

Discorso simile vale per il mercato del lavoro. Il premier, pur con cautela, conferma in pieno la linea della Fornero, sottolineando che il governo insisterà in particolare su una «minore segmentazione» e una «maggiore attenzione ai giovani». Assicura che i tempi saranno più lunghi rispetto alla «marcia forzata» imposta sulla riforma delle pensioni, ma mette in guardia chiunque punti a tattiche dilatorie: «Siamo costretti a tempi rapidi» vogliamo andare «abbastanza spediti».

Più articolato il ragionamento sulle proteste degli autotrasportatori. Monti dapprima premette che «vanno esaminate caso per caso»; poi sottolinea come si debba «esigere» il «rispetto della legalità», infine ricorda che il diritto di sciopero è «costituzionalmente garantito». Arriva a citare il «regolamento comunitario fragola» per spiegare che anche l’Europa si è chiesta come meglio conciliare diritti a volte divergenti.

Infine detta la linea del governo. Ciò che finora ha «frenato la crescita» e danneggiato i giovani è stato proprio «una gerarchia di valori nel mondo politico secondo la quale il legittimo interesse della categoria viene prima dell’interesse generale». Insomma: «vogliamo riformare l’Italia e, pur nella comprensione delle difficoltà, faremo rispettare le leggi».

fonte: ilmessaggero.it
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